Undici astri sull’epilogo andaluso

di Mahmud Darwish

Un omaggio al grande poeta palestinese Mahmud Darwish: un esperimento di traduzione a più mani realizzato per l’edizione del festival dedicata alla Palestina. Versioni di Donata Berra, Vanni Bianconi, Franco Buffoni, Matteo Campagnoli, Fabio Pusterla a partire da una traduzione interlineare di Chirine Haidar.

 

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1

L’ultima sera su questa terra
(Donata Berra)

L’ultima sera su questa terra noi recidiamo i nostri giorni
dai nostri alberi, e contiamo le costole che porteremo
e quelle che lasceremo qui… L’ultima sera
non diamo l’addio a niente, non ci rimane il tempo di giungere a una fine…
Tutto resta uguale, ma il luogo cambia i nostri sogni
e i suoi visitatori. D’improvviso non siamo più capaci d’ironia,
ormai il luogo è pronto ad ospitare la polvere… Qui, l’ultima sera
contempliamo le montagne cinte di nubi: conquista e reconquista,
e un tempo antico che consegna al tempo nuovo la chiave delle nostre porte.
Entrate dunque nelle nostre case, conquistatori, bevete il nostro vino
alla litania del nostro canto. Perché a mezzanotte noi saremo la notte,
nessuna alba porterà il cavaliere venuto dall’ultima chiamata alla preghiera,
il nostro tè è verde e caldo, bevetelo, i nostri pistacchi sono freschi, mangiateli,
i letti sono di legno verde di cedro, abbandonatevi al sonno
dopo questo lungo assedio, e dormite sulle piume dei nostri sogni,
le lenzuola e i profumi sono pronti, nella stanza ci sono molti specchi.
Entrate nelle nostre case affinché noi possiamo uscirne per sempre. Tra breve
cercheremo di capire cos’era la nostra storia accanto alla vostra, nelle lontane contrade,
e alla fine ci chiederemo: l’Andalusia
era qui o là? Sulla terra… o nella poesia?

 
2

Come faccio a scrivere sulle nuvole?
(Franco Buffoni)

Come faccio a scrivere sulle nuvole il testamento della mia gente?
La mia gente lascia il tempo come lascia le coperte nelle case,
edifica fortezze per distruggerle
e piantarci sopra tende di nostalgia per le palme.
La mia gente tradisce la mia gente nelle guerre per il sale
ma Granada è fatta d’oro,
di seta, di parole ricamate con le mandorle,
d’argento e di lacrime nella corda del liuto.
Granada è per la salita verso se stessa
e sarà ciò che vorrà,
la nostalgia verso qualcosa che è stato o che sarà.
L’ala di una rondine sfiora un seno femminile nel letto
e grida: Granada è il mio corpo.
Qualcuno nel prato smarrisce la gazzella,
e grida: Granada è la mia patria, vengo da laggiù.
Allora canta, così che i cardellini
dalla mia stirpe costruiscano una scala
verso il cielo vicino,
canta il coraggio di coloro che si innalzano verso la fine,
luna dopo luna nel cortile dell’amata, canta gli uccelli del giardino
pietra dopo pietra, quanto ti amo:
tu, che mi hai reciso
corda dopo corda verso il fondo della notte calda, canta: senza di te,
non vi sarà mattino per il profumo del caffè, canta il mio abbandono
dal tubare delle colombe sulle tue ginocchia
e dal nido della mia anima nelle lettere del tuo facile nome.
Granada è per il canto, allora canta!

 
3

Dietro il cielo ho un altro cielo
(Franco Buffoni)

Dietro il cielo ho un altro cielo per tornare…
Tuttavia lucido ancora il metallo di quest’isola
e vivo ore che vedono l’ignoto.
So che il tempo due volte non mi bacerà,
so che uscirò dal mio stendardo come un uccello che sugli alberi
del giardino si posa, e che uscirò dalla mia pelle
e dalla lingua mi cadrà qualche parola sull’amore
nella poesia di Lorca che occuperà la mia stanza
e vedrà ciò che ho visto della luna beduina,
uscirò dai mandorli come cotone sulla schiuma del mare:
lo straniero è passato portando settecento anni di cavalli,
lo straniero è passato di qui perché lo straniero passasse di là.
Tra poco uscirò dalle rughe del mio tempo estraneo
a Damasco e all’Andalusia,
questa terra non è il mio cielo
ma questa sera è mia, mie sono le chiavi, miei i minareti, mie le lucerne
e anch’io sono mio,
sono l’Adamo dei due paradisi due volte perduti,
allora cacciatemi lentamente
e uccidetemi subito
sotto il mio ulivo
con Lorca…

 
4

E sono uno dei re della fine
(Matteo Campagnoli)

…E sono uno dei re della fine. Salto
dal mio cavallo nell’ultimo inverno, sono l’ultimo sospiro dell’Arabo.
Non mi sporgo in cerca del mirto sui tetti, non mi
volto per paura che qualcuno qui mi conosca,
qualcuno che sa che ho lustrato il marmo del verbo perché la mia donna
passasse scalza su chiazze di luce. Non mi sporgo sulla notte per paura
di vedere la luna che ha svelato i segreti di Granada
un corpo alla volta. Non mi sporgo sull’ombra per non vedere
qualcuno che porta il mio nome e m’insegue dicendo: liberami dal tuo nome
e ridammi l’argento del pioppo. Non mi volto per paura
di ricordarmi d’essere passato sulla terra, non c’è terra
in questa terra da che il tempo mi è esploso attorno in schegge.
Non ero un amante per credere l’acqua uno specchio,
come dissi ai miei vecchi amici, e non c’è amore che mi redima.
Da che ho accettato il Trattato di pace non ho più un presente
che mi aiuti a passare, domani, accanto al mio ieri. La Castiglia alzerà
la sua corona sul minareto di Dio. Sento il tintinnio delle chiavi
nella porta d’oro della nostra storia, addio nostra storia, sarò io
a chiudere l’ultima porta del cielo? Sono l’ultimo sospiro dell’Arabo.

 
5

Un giorno, siederò sul marciapiedi
(Fabio Pusterla)

Un giorno siederò sul marciapiedi, il marciapiedi della straniera
Non ero affatto un narciso, anche se difendevo la mia immagine
Dentro gli specchi. Non sei mai stato laggiù, tu straniero?
Secoli cinque trascorsi terminati, e la rottura sempre lì, sempre irrisolta
E ancora e sempre tra di noi lettere, e guerre
Che nulla hanno mutato ai miei giardini di Granada.
Traverserò un bel giorno le sue lune
Strofinerò il mio desiderio col limone. Stringiti a me, ch’io rinasca
Dai profumi di un sole, di un fiume che ti scorre sulle spalle, dai due piedi
Che graffiano la sera, la sera che versa lacrime di latte sulla notte della poesia.
Non ero solo un passante tra le parole dei cantori
Ero le loro parole
La riconciliazione di Atene con la Persia, un Oriente che abbracciava un Occidente
Dentro l’andare verso una stessa essenza. Stringiti a me ch’io rinasca da lame
Damaschine dentro botteghe artigiane. Non resta altro di me
Che la mia vecchia armatura, la sella intesta d’oro del cavallo. Non resta altro di me
Che un manoscritto di Averroé, Il collare della colomba e le sue traduzioni
Stavo seduto sul marciapiedi nella piazza di margherite
E contavo i colombi: uno, due, trenta… e le fanciulle che carpivano
L’ombra degli arboscelli l’una all’altra sopra il marmo e a me lasciavano
Le foglie del tempo, ingiallite. Così l’autunno è trascorso su me che non badavo
Tutto l’autunno è trascorso, e anche la Storia è trascorsa su questo marciapiedi,
E io non ci badavo.

 
6

La verità ha due volti, e la neve è nera
(Donata Berra)

La verità ha due volti, e la neve è nera sulla nostra città.
La nostra disperazione non potrà crescere ancora
e la fine marcia spavalda verso le mura, sicura dei suoi passi,
su questo suolo bagnato di lacrime, sicura dei suoi passi.
Chi ammainerà le nostre bandiere: noi o loro? E chi
darà lettura del Trattato di pace, o re dell’agonia?
Tutto è pronto per noi già da tempo, ma chi strapperà i nostri nomi
dalla nostra identità: tu o loro? E chi instillerà in noi
il sermone dell’erranza: «Non riusciamo a rompere l’assedio, quindi
consegniamo le chiavi del nostro paradiso al messo di pace, e saremo salvi…».
La verità ha due volti, il nostro emblema sacro era la spada sguainata da noi
e contro di noi, ma cos’hai fatto tu finora con la nostra roccaforte?
Non hai lottato, per timore del martirio, ma il tuo trono è la tua bara,
e allora porta la tua bara per conservare il trono, o re dell’attesa.
Questa partenza ci ridurrà a un pugno di polvere…
Chi seppellirà i nostri giorni dopo di noi: tu… o loro? E chi
isserà le loro bandiere sulle nostre mura: tu… o
un cavaliere disperato? Chi scioglierà le loro campane sul nostro viaggio,
tu… o una misera guardia? Tutto è pronto per noi già da tempo,
perché trascinare la fine così a lungo, o re dell’agonia?

 
7

Chi sono dopo la notte della straniera?
(Vanni Bianconi)

Chi sono dopo la notte della straniera? Mi desto dal sogno e ho paura
dell’esitazione del giorno sul marmo di casa,
del buio del sole nelle rose, dell’acqua della mia fontana,
paura del latte sulle labbra dei fichi, della mia lingua
e dell’aria che pettina un salice piangente,
ho paura della chiarezza del tempo denso e del presente
che non è più presente, ho paura di aver attraversato un mondo
che non è più mio. Disperazione, sii misericordia, e tu, morte,
sii la tregua per lo straniero a cui l’invisibile appare più chiaro
di una realtà ormai irreale. Da una stella precipiterò
verso una tenda diretto verso… verso dove?
Dov’è la strada che conduce a quel che sia? L’invisibile mi è più chiaro
della strada che non è più mia. Chi sono dopo la notte della straniera?
Ero diretto verso di me dentro gli altri; ora perdo
sia loro sia me. Il mio cavallo sulla costa atlantica è scomparso,
quello sulla costa mediterranea mi trafigge con la lancia del crociato.
Chi sono dopo la notte della straniera? Dai miei fratelli,
nei pressi della palma della mia vecchia dimora, non posso tornare
né posso toccare il fondo del mio abisso. L’invisibile!
Non c’è cuore per l’amore, non c’è cuore per l’amore
dove io possa dimorare dopo la notte della straniera

 
8

Acqua, sii una corda per la mia chitarra
(Vanni Bianconi)

Acqua, sii una corda per la mia chitarra. Sono arrivati i conquistatori
e i conquistatori di un tempo se ne sono andati. A fatica ricordo
il mio volto negli specchi. Sii la mia memoria e vedrò ciò che ho perso…
Chi sono dopo questo esodo? Nelle colline a strapiombo
su ciò che trascorso non farà ritorno c’è una roccia che porta il mio nome…
dentro le mura della città settecento anni mi sfilano appresso, il mio corteo funebre,
e invano il tempo ruota su se stesso, non salverò il mio passato
dall’istante che dà ora vita alla storia dell’esilio, in me, negli altri…
Acqua, sii una corda per la mia chitarra. Sono arrivati i conquistatori
e i conquistatori di un tempo sono andati a Sud, popoli
che restaurano i loro giorni nelle macerie del cambiamento: so cos’ero ieri,
ma domani cosa sarò, sotto gli stendardi atlantici di Colombo?
Sii una corda, acqua, sii una corda per la mia chitarra. In Egitto
non c’è Egitto, non c’è Fes a Fes, si allontana Damasco,
nel nostro stendardo non c’è il falco né c’è un fiume
a Est delle palme assediate dai rapidi cavalli dei mongoli,
in quale Andalusia sarà la mia fine? Sarà qui o laggiù?
Saprò di essere morto e saprò che qui è rimasto
il meglio di me: il mio passato. Solo mi resta la mia chitarra.
Acqua, sii una corda per la mia chitarra.
I conquistatori se ne sono andati,
sono arrivati i conquistatori…

 
9

Nell’esodo ti amo di più…
(Matteo Campagnoli)

Nell’esodo ti amo di più, tra poco
sprangherai la città. Non ho un cuore nelle tue mani, non
ho una strada che mi porti, nell’esodo ti amo di più.
Non c’è latte per i melograni sul nostro balcone dopo il tuo seno. Più leggere
le palme, più leggere le colline e le strade al tramonto
e la terra mentre abbandona la terra. Più leggere le parole
e più leggere le storie sulle scale della notte. Ma il mio cuore è pesante.
Lascialo qui, vicino alla tua casa, a ululare e rimpiangere i bei tempi passati,
il mio cuore è la mia unica patria, e nell’esodo ti amo di più.
Svuoto l’anima delle ultime parole: ti amo di più.
Nella partenza le farfalle guidano l’anima, nella partenza
ricordiamo il bottone perduto dalla camicia e scordiamo
la corona dei giorni, ricordiamo l’odore di albicocche fermentate e scordiamo
la danza dei cavalli nella notte di nozze, nella partenza
siamo pari agli uccelli, compatiamo i nostri giorni e quel poco che abbiamo ci basta.
Di te mi basta il pugnale d’oro che fa danzare il mio cuore assassinato.
Uccidimi lentamente così che io possa dire: ti amo di più
di quanto dicessi prima dell’esodo. Ti amo. Nulla mi ferisce.
Né l’aria né l’acqua… Non più basilico nel tuo mattino, non
più gigli nella tua sera che mi feriscano dopo questa partenza…

 
10

Dell’amore non voglio che il principio
(Fabio Pusterla)

Dell’amore non voglio che il principio. Sopra le piazze della mia Granada
Rattoppano i colombi il vestito del giorno, questo giorno
Nelle giare, vino e vino per la festa dopo di noi
Nelle canzoni, finestre che basteranno all’esplosione del melograno e dei suoi fiori

Lascio il sambac nel suo vaso. Lascio il mio piccolo cuore
Nell’armadio di mia madre. Lascio il mio sogno ridente nell’acqua
Lascio l’alba nel miele dei fichi. Lascio il mio giorno e la veglia
Nel passaggio verso la piazza dell’arancio dove svolano i colombi

Sono forse colui che è disceso ai tuoi piedi perché le parole s’innalzino
Luna bianca dentro il latte delle tue notti? Batti l’aria
Ch’io veda azzurra la via del flauto dolce. Batti la sera
Ch’io veda come tra noi s’illanguidisce anche il marmo

Mancano alle finestre i giardini del tuo scialle. In altri tempi
Sapevo di te molte cose, e coglievo la gardenia
Sopra le tue dieci dita. In altri tempi possedevo molte perle
Attorno al tuo collo e un nome inciso su un anello da cui sgorgava la notte

Dell’amore non voglio che il principio. S’involano i colombi
Sopra il tetto dell’ultimo cielo. S’involano e s’involano
Rimarrà vino e vino dopo di noi nelle giare
Il po’ di terra che basti a noi per ritrovarci, alla pace per essere

 
11

I violini
(Vanni Bianconi)

I violini piangono con gli zingari in viaggio verso l’Andalusia
I violini piangono gli arabi che lasciano l’Andalusia

I violini piangono un tempo perduto che non tornerà
I violini piangono una patria perduta che potrebbe tornare

I violini infiammano le foreste di quell’oscurità distante, distante
I violini insanguinano la lontananza e nella mia vena fiutano il sangue

I violini piangono con gli zingari in viaggio verso l’Andalusia
I violini piangono gli arabi che lasciano l’Andalusia

I violini sono cavalli su una corda di miraggio e sull’acqua che geme
I violini sono un canto di lillà selvatici che si allontana e ritorna

I violini sono un mostro che tortura l’unghia di una donna che lo sfiora e si allontana
I violini sono un esercito che erige un cimitero di marmo e di nahawand

I violini sono lo scompiglio dei cuori che fa turbinare il vento nel piede della danzatrice
I violini sono stormi di uccelli che fuggono dalla bandiera che manca

I violini sono il lamento della seta stropicciata nella notte dell’innamorata
I violini sono la voce del vino lontano su un desiderio di un tempo passato

I violini mi inseguono qui e là per vendicarsi di me
I violini mi cercano per uccidermi, dovunque io sia

I violini piangono gli arabi che lasciano l’Andalusia
I violini piangono con gli zingari in viaggio verso l’Andalusia

 
 

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Mahmud Darwish (1941-2008) è considerato uno dei maggiori poeti di lingua araba. Il suo villaggio natale, al-Birwa, in Galilea, è stato raso al suolo dall’esercito israeliano nel 1948. A causa del suo attivismo politico, Darwish ha subito gli arresti domiciliari e la reclusione. È stato membro del Comitato esecutivo dell’OPL è ha vissuto in esilio tra Il Cario, Cipro, Beirut e Parigi fino al suo ritorno in Palestina nel 1996. Ha pubblicato più di trenta libri, tra raccolte di poesia e prose, tradotti in oltre trentacinque lingue. In italiano: Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (San Marco dei Giustiniani, 2001), Memoria per l’oblio (Jouvence 2002), Murale (Epoché, 2005), La mia ferita è lampada a olio (De Angelis, 2006), Oltre l’ultimo cielo. La Palestina come metafora (Epoché, 2007), Il letto della straniera (Epoché, 2009), Come fiori di mandorlo o più lontano (Epoché, 2010), Il lanciatore di dadi. Trilogia palestinese (Feltrinelli, 2014).

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