Un ricordo di Seamus Heaney

Ricordiamo Seamus Heaney con due testi scritti poco dopo la sua scomparsa il 30 agosto 2013 – l’elogio funebre pronunciato da Paul Muldoon e un ricordo di Matteo Campagnoli dei soggiorni a casa di Derek Walcott a St. Lucia –, la traduzione di Vanni Bianconi di una poesia dell’ultimo libro di Heaney, La catena umana, e un ritratto fotografico di Anna Leader.

 

Seamus Heaney_St Lucia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Seamus Heaney, St. Lucia 2012. © Anna Leader.

 

La bellezza di Seamus Heaney

Una volta, saranno passati trent’anni ormai, telefonai a casa Heaney. Rispose uno dei suoi figli, mi pare fosse Michael, che all’epoca era un ragazzino. Siccome lo conoscevo da quando era piccolo, ne approfittai per scambiare due chiacchiere e informarmi su cosa combinava. Dopo un po’, Michael si azzardò: “Immagino che tu voglia parlare con la testa matta?”. Non essendo al tempo genitore, rimasi sconcertato da quel termine, fin troppo confidenziale. Anche se Michael non chiamava Seamus “testa matta” in sua presenza, cosa di cui sono sicuro, ora capisco la rilevanza di quell’episodio. Suggeriva un rapporto straordinariamente disteso tra un padre e il figlio adolescente, cosa che oggi trovo molto difficile da instaurare e mantenere.
Lo Seamus Heaney rinomato in tutto il mondo non era uno che si prendeva troppo sul serio, soprattutto con i familiari e gli amici. E aveva, in fondo, la sorprendente capacità di farci sentire tutti in qualche modo legati, non solo a lui, ma tra di noi. Abbiamo riflettuto a lungo sulla sua poesia e lo faremo per molto altro tempo ancora. Oggi però voglio concentrarmi sulla persona, più che sul poeta. La persona che faceva tutto con brio. Del resto parliamo dello Seamus Heaney che per descrivere la “boriosità” della propria BMW riciclò i cocchi di ottone della poesia Chi va con Fergus? di Yeats. Per quanto, ogni possibile descrizione dello Seamus Heaney che oggi celebriamo qui non conterrà certo l’espressione “borioso”. Qualunque definizione che alluda a una qualche forma di sfoggio o di pochezza di spirito risulterebbe del tutto inappropriata. Una parola che viene in mente è invece “bendisposto”, per la sua immensa generosità. E già che sono nel regno delle “b”, anche “brusco”.
Quest’ultimo aggettivo potrebbe sembrare strano, ma ho un chiaro ricordo di una partita a calcio con Seamus, Michael e Christopher, dalle parti di Glanmore. Quando dico “calcio” devo specificare, soprattutto considerando che si parla di un’epoca in cui questo sport veniva percepito come una pratica straniera. Mettiamola così. Non si trattava di un gioco in cui il talento di Seamus nell’usare la testa potesse essere chiamato in causa. Era calcio gaelico e chi vi parla ha subito un contrasto di spalla da Seamus Heaney. Mi ha spazzato via come si fa con la neve, bruscamente sì, ma in modo benevolo. “Benevolo” è un’altra parola che salta in mente.
No, “benevolo” non rende l’idea. “Di gran cuore” è meglio. E a proposito di cuore, quando qualche anno fa impiantarono a Seamus uno stimolatore cardiaco, lui annunciò con una battuta ai limiti della decenza: “Beati siano i pace-maker.” La generosa celebrità di Seamus attirava, come è ovvio, altre celebrità. Chi conta attira la gente che conta. Fu un giovane Michael (o forse un giovane Christopher?) che, presentato a una coppia di ospiti durante una cena, e informandosi su cosa facessero chiese: “E voi, perché siete famosi?”. Per tornare alla vitalità di Seamus, non credo di avere visto un essere umano, a parte Usain Bolt, muoversi con tanta velocità e destrezza come Seamus quando sentì l’allora cucciola Catherine-Ann strillare disperata dopo essere caduta in cortile. Con uno scatto fulmineo, la prese tra le braccia e la mise al sicuro.
È all’insuperata capacità di Seamus di prenderci tutti tra le braccia che rendiamo omaggio oggi. E per quanto egli ci abbia aiutati a sviluppare il potere dell’immaginazione, possiamo solo provare a immaginare ciò che sta passando Marie. Lei più di ogni altro ha sempre saputo riconoscere l’altra grande qualità di Seamus Heaney: la bellezza. Oggi piangiamo assieme a Marie e ai ragazzi, alla famiglia tutta, alla nazione, al mondo intero. E ricordiamo la bellezza di Seamus Heaney, come poeta e come uomo.

Paul Muldoon, 1 settembre 2013.
(trad. Nausikaa Angelotti)
Per l’articolo in lingua originale: Seamus Heaney’s Beauty, «The New Yorker».

 

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Senza preavviso

Scrivere su un poeta come Seamus Heaney, lo so, richiederebbe una formalità e un distacco che per quanto mi sforzi non posso avere adesso. La morte fa quello che deve e la vita reagisce come può, dando fondo a ciò che resta. I ricordi tornano a popolare una casa sul mare, tornano e si affastellano come frasi a cui fatico a mettere un punto: Seamus che si alza per brindare agli ottant’anni di Derek, il calice saldo a mezz’aria nonostante la commozione, le parole scandite e calibrate dall’affetto; Seamus e Marie, sua moglie, che una sera sì e una no – concessione a un cuore provato – ci invitavano sulla veranda del cottage per offrici il loro whiskey e sotto la luna rovesciata dei Tropici ti sembrava di essere a Dublino; Seamus che dopo pranzo si ritirava per rispondere alle lettere portate da casa (una laconicamente intestata: To Seamus Heaney – Ireland); Seamus sempre così cortese con le nostre compagne, Veronique, Heather, Anna, Ali, l’uomo che ti aspettavi dalle poesie, e la complicità, l’intimità che sapeva creare in quelli che per me erano i momenti più belli, quando il cielo attorno a Pigeon Island si caricava di cobalto e rosa e ci riunivamo sul prato a bordo piscina, tutti quanti trasformati in silhouette dal rapido crepuscolo dei Caraibi. Ma anche le mattine pacate dopo la colazione, prima che ognuno tornasse al proprio lavoro, con la poesia che arrivava senza preavviso, come fa sempre: il suo inglese d’Irlanda robusto e viscoso mentre recita Tears, e non sapevi più se le lacrime che ti ritrovavi negli occhi erano lì per quanto avevi riso poco prima o per i versi di Edward Thomas, o lo sapevi, così come sapevi sempre – bastava stargli accanto – come quest’uomo potesse farti percepire, con naturalezza, con grazia – perché le aveva conquistate, erano sue – le cose che hanno davvero valore nella vita. Tornano tutti assieme i ricordi stanotte, con la generosità e la gratitudine, si affastellano caldi e densi come i fantasmi di lacrime che non scendono, perché lo sai ma non riesci ad ammetterlo, non riesci a capirlo, che non ce ne saranno altri.

Matteo Campagnoli, 1 settembre 2013.

 

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Had I not been awake

Had I not been awake I would have missed it,
A wind that rose and whirled until the roof
Pattered with quick leaves off the sycamore

And got me up, the whole of me a-patter,
Alive and ticking like an electric fence:
Had I not been awake I would have missed it,

It came and went so unexpectedly
And almost it seemed dangerously,
Returning like an animal to the house,

A courier blast that there and then
Lapsed ordinary. But not ever
After. And not now.

Seamus Heaney

 

Non fossi stato sveglio

Non fossi stato sveglio l’avrei perso
un vento che si alzò turbinando finché il tetto
crepitò di foglie svelte dal sicomoro

e mi tirò su dal letto, tutto un crepito,
vivo e ticchettante come un filo elettrico:
non fossi stato sveglio l’avrei perso,

venne e se ne andò così inatteso
e quasi, mi parve, pericoloso,
ritornato come un animale alla mia casa,

una folata messaggera che allora, lì,
si smorzò ordinaria. Ma mai più
poi. E non adesso.

trad. Vanni Bianconi

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