Hurt into Poetry: sulla Grecia e la poesia

di Stephanos Papadopoulos
traduzione di Marina Mercuriali

In questo articolo uscito sulla «Los Angeles Review of Books» il poeta greco-americano Stephanos Papadopoulos, ospite di Babel nel 2008 e primo autore pubblicato nella Collana Babel di Casagrande, ci parla del disastro economico greco e della poesia, del suo stato attuale e di cosa può fare per il futuro di una nazione sempre più vicina al baratro.

 

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Sono cresciuto in quello che allora era un torpido quartiere di periferia a otto chilometri dal centro di Atene. Mi ricordo i desolati pomeriggi d’estate col mondo che dormiva all’ora della siesta. In casa avevamo una vecchia tivù in bianco e nero, ma non c’era niente da guardare, solo due tristi canali di Stato che trasmettevano notiziari e sedute parlamentari interminabili. A mezzanotte partiva l’inno nazionale mentre sullo schermo sventolava la bandiera bianca e blu; un’animazione mostrava le luci della città che si spegnevano una a una, fino a un’ultima finestra illuminata – poi l’immagine spariva. I negozi sembravano sempre chiusi. Qualcuno si stava sempre svegliando o stava andando a dormire, ma dentro non c’era mai nessuno. Per comprare una marca da bollo i miei genitori facevano ore e ore di coda. All’ufficio delle imposte venivano mandati a piani inesistenti e dovevano fare altre code per prendere altre marche da bollo, un’inspiegabile quantità di marche da bollo che venivano poi appiccicate a documenti importanti e infine timbrate da un impiegato incarognito. Questi timbri pesanti, ingombranti, caricati a molla erano il simbolo delle nostre vite complicate. Più grosso e rumoroso era il timbro, più importante era l’impiegato. Si aspettava, s’imparava ad aspettare. Aspettavamo Godot, ma eravamo felici: era il 1985.

Mio padre adorava Kavafis. Con la fronte aggrottata dalla concentrazione, ci leggeva poesie come Itaca o Il dio abbandona Antonio, meravigliandosi che un dandy di Alessandria, rachitico e solitario, potesse scrivere versi così potenti. Era l’illusionismo della poesia all’opera, o come dice il poeta Glyn Maxwell: «I segni neri sulla pagina segnalano una presenza umana». Oltre a Kavafis, aveva anche una raccolta di tutte le poesie di Edgar Allan Poe – i francesi erano impazziti per lui, ci diceva – e un volume a cui teneva più di tutti, le poesie del suo adorato François Villon, il primo vero enfant terrible della poesia medievale. Tra i suoi scrittori preferiti c’erano anche Kòstas Karyotàkis e ovviamente Nìkos Kazantzàkis – soprattutto i romanzi –, ma gli piaceva sottolineare che Zorba, «il più grande fra i greci», voleva farsi incidere sulla lapide: «Qui giace un greco che odia i greci». Nessuno, solo un poeta, può dar voce a questo paradosso, questo sentimento di amore e odio, questa follia di essere greco.

Cosa c’entra tutto questo con la poesia e col fatto che ci siamo persi per strada? La Grecia, che era abituata a vedersi come una tranquilla retrovia tra il Mediterraneo e i Balcani con una grandiosa storia politica e letteraria alle spalle, da un giorno all’altro si è ritrovata a essere la nazione più fraudolenta d’Europa. La poesia non rilancerà l’economia né punirà la classe politica per aver depredato il Paese, ma prima che si possa anche solo cominciare a pensare all’economia, bisogna che qualcosa rimetta ordine nell’anima fiera e arrabbiata del popolo greco.

 

*

Nel 444 a.C. Erodoto scrisse dei Persiani: «Mentire, per loro, è l’atto più spregevole al mondo, ma peggio ancora è indebitarsi perché, oltretutto, i debitori devono anche mentire». Noi non siamo i Persiani; la Grecia campa su debiti e bugie e il senso di colpa collettivo, se c’è, viene coperto da rabbia e lacrimogeni. Da quando abbiamo cominciato a guidare auto che non potevamo permetterci e a mistificare la nostra immagine agli occhi del mondo con mostruosità olimpiche e campagne pubblicitarie, è diventato impossibile tornare indietro. Le olimpiadi del 2004, tanto esaltate, erano un’arma a doppio taglio. Hanno sollevato il morale della Grecia, ma ne hanno devastato l’economia con un eccessivo sfoggio di finto ordine e falsa opulenza. Quasi tutte le mirabolanti strutture messe in piedi per l’occasione oggi sono inutilizzate e cadono a pezzi. Il governo era così ansioso di fare bella figura davanti al mondo che ha fatto montare schermi enormi per nascondere i quartieri più poveri e ha mandato i tassisti a lezione di bon ton. Mi ricordo ancora, tra le tante assurdità, schiere di operai che srotolavano chilometri di tappeto erboso sui nostri parchi malandati il giorno stesso della cerimonia di apertura. I bar di tutta Atene dovevano imitare il «look tradizionale» di quegli stessi caffè che avevamo smantellato per far posto a Starbucks. L’elegante Atene neoclassica era già stata demolita negli anni Cinquanta per lasciare spazio all’inferno di cemento di condomini che, dal punto di vista estetico, sono l’equivalente dei cassonetti dell’immondizia. I suonatori di organetto sono scomparsi, l’innocenza e la semplicità non torneranno più, e a consolarci non saranno certo le banche di altri Paesi, né la ridicola propaganda etnocentrica che ci propinano da quando siamo nati, la pazzia della destra che si ammanta di una veste religiosa fraudolenta, o la violenza latente sbandierata sotto la maschera dei «valori tradizionali». In un futuro ideale, in un mondo perfetto, quando i politici si saranno venduti anche l’ultima menzogna e la tivù avrà esaurito le sue banalità travestite da notizie, i poeti verranno ascoltati. Ecco Kavafis:

 

Ionica

Se, frantumati i loro simulacri
noi li scacciammo via dai loro templi,
non sono morti per ciò gli dei.
O terra della Ionia, ancora t’amano
l’anima loro ti ricorda ancora.
Come aggiorna su te l’alba d’agosto,
nell’aria varca della loro vita un empito
e un’eterea parvenza d’efebo,
indefinita, con passo celere,
varca talora sulle tue colline.

 

Nel corso della tumultuosa storia greca, sono i poeti ad aver dato voce a un popolo ridotto al silenzio. La Grecia è sempre stata un alveare di conflitti e corruzione, ma anche la vittima di infinite guerre e occupazioni. Nel 1943, alla morte del grande poeta greco Kostìs Palamàs, gli appassionati versi e l’elogio funebre di Ànghelos Sikelianòs infiammarono centomila persone trasformando il funerale in una violenta manifestazione contro i nazisti. Più tardi, durante la guerra civile degli anni Cinquanta, quando ci si ammazzava tra fratelli e i delatori tradivano i propri vicini, i versi finemente cesellati di un poeta come Ghiannis Ritsos furono un antidoto alla repressione, alla violenza e alla censura. Negli anni Sessanta il colpo di Stato trasformò la repubblica lacerata in un regime militare, un teatrino di ombre cinesi con tanto di agenti della CIA, torture, esecuzioni e massacri di studenti. In quel periodo la poesia entrò nella cultura attraverso la musica. Il rifiuto di Ghiorgos Seferis era una poesia d’amore, ma una volta messa in musica da Mìkis Theodoràkis entrò nella coscienza nazionale come una canzone contro la Giunta:

 

Sulla riva segreta

bianca come colomba
ardevamo di sete nel mezzogiorno
ma l’acqua era salata.

Sulla sabbia dorata
scrivemmo il suo nome
ma venne la brezza
e la scritta scomparve.

Con che animo, che cuore,
che desiderio e passione
vivemmo la vita: un errore!
e cambiammo vita…

 

Nel settembre del 1971 migliaia di ateniesi marciarono per le vie della città seguendo il corteo funebre di Seferis, la cerchia più stretta si avviò verso il cimitero maggiore intonando le strofe della canzone di Theodoràkis in segno di protesta contro la dittatura. Per i colonnelli fu l’inizio della fine. Persino oggi, se a una cena qualcuno inizia a cantarla, nessuno di quella generazione riesce a trattenersi. Ad Atene mi è capitato di vedere intere platee che all’improvviso si sono messe a intonare questa canzone, questa poesia. È nel sangue di tutti i greci che hanno vissuto sotto la dittatura. È l’equivalente letterario del malocchio, dell’ex voto, un strumento apotropaico che ci protegge dai politici e dalla pubblicità, e ci ricorda cosa siano la sofferenza e l’amore.

 

*

Come fa un poeta greco, specialmente se giovane, ad affrontare il fardello della storia e i mostri sacri della poesia greca classica e moderna? Quando Derek Walcott è venuto in Grecia a presentare il suo ultimo libro, parlando con un gruppo di giornalisti ha detto che «ogni volta che un poeta greco prende in mano un penna, solleva una colonna». Uno degli incubi di Seferis era che l’Acropoli venisse svenduta dai pubblicitari e che le colonne in realtà fossero tubetti di dentifricio. Nella poesia Mythistorema [Storia mitica] scrive:

 

Mi svegliai con questa testa di marmo tra le mani,
che mi strema i gomiti e non so dove appoggiare.
S’insinuò nel sogno proprio mentre stavo per uscirne,
così le nostre vite si congiunsero e difficile sarà ora separarle.

 

Ghiannis Ritsos, uno dei più grandi poeti greci, e forse ancora oggi tra i più sottovalutati, trascorse il periodo dopo la guerra civile tra gli anni Quaranta e Cinquanta, così come quello della Giunta, al confino su isole semideserte e inospitali. Fu più volte torturato, sopravvisse all’isolamento e alla fame, eppure, nonostante tutto, continuò a scrivere poesie, a volte nascondendole in bottiglie che sotterrava nel cortile della prigione perché non venissero trovate. Il solo fatto che si ostinasse a scrivere era di per sé un atto di resistenza. La sua poesia Epitaffio divenne un inno clandestino per gli oppressi. Il suo Diario d’esilio è stato di recente pubblicato da Archipelago Press in una bella traduzione di Karen Emmerich e Edmund Keeley che dà finalmente al pubblico di lingua inglese la possibilità di accedere a questo splendido memoir poetico. Ciò che più impressiona di queste poesie è che, nonostante le condizioni drammatiche in cui viveva, Ritsos sia riuscito a osservare la propria sofferenza e a trarne momenti di bellezza dolorosamente accurata, la cifra del vero poeta:

 

Ieri notte ci hanno portato via il pallone.
Il cortile dove cresce la mentuccia è deserto.
Solo il vento incorna la luna con la testa.

A cena sotto la lampada
le mani arrotolano la mollica
con impazienza misurata e segreta
quasi caricassero un enorme orologio fermo.

 

Ed è esattamente questo che la Grecia sta facendo da 2500 anni: carica un orologio fermo, scommettendo nel frattempo su quale politico, quale partito e quale percentuale di indifferenza civile riusciranno di nuovo a rubarci anche le lacrime.

Il terzo poeta del «triumvirato» postbellico che è riuscito a evocare una «voce greca» dalla risonanza internazionale è Odisseas Elitis. Sia lui che Seferis hanno ricevuto il premio Nobel, ma Elitis si era avvicinato alla poesia passando per il surrealismo francese e c’è voluto qualche anno dalla pubblicazione di Axion Esti (Dignum Est), un lungo poema basato sulla liturgia della Chiesa Bizantina antica, prima che il suo nome venisse associato alla coscienza nazionale e all’amore, alla tristezza e alla frustrazione del popolo greco. I suoi versi erano autobiografici e piuttosto criptici, ma le potenti immagini dei paesaggi ellenici e le forze antropomorfe della natura erano cose che tutti i greci conoscevano e riconoscevano come proprie. Anche Axion Esti divenne popolare dopo essere stato messo in musica da Theodoràkis, che negli anni Sessanta e Settanta aveva un ascendente sul pubblico greco pari a quello di tutti i poeti citati. Ecco uno stralcio di Axion Esti tratto da La Genesi:

 

IN PRINCIPIO la luce E l’ora prima
quando le labbra ancora nel fango
sperimentano le cose del mondo
Sangue verde e bulbi nella terra dorati
Stupenda nel suo sonno anche la marina distese
fasce di cielo grezze
sotto i carrubi e le alte palme erette
Là da solo affrontai
il mondo
piangendo amaramente

 

I greci hanno sempre fatto affidamento sui loro poeti e se li sono tenuti stretti con grande tenacia e rispetto. Nessuno sa che posto spetterà alla poesia nell’era della tecnologia e del deficit dell’attenzione ma la Grecia, dopo che è andata in bancarotta e si è messa a chiedere l’elemosina, per una volta deve guardare indietro. Auden è spessissimo citato, erroneamente, per aver scritto: «la poesia non fa accadere niente». In realtà nel suo capolavoro, In memoria di W.B. Yeats, dice:

 

Eri come noi sciocco; il tuo dono sopravvisse a tutto:
alla parrocchia delle ricche dame, al declino del corpo,
a te stesso: la folle Irlanda ti ferì facendoti poeta.
L’Irlanda conserva la sua follia e il suo clima,
ché la poesia non fa accadere niente: sopravvive
nella valle del suo dire dove i suoi funzionari
mai vorrebbero mettere mano; scorre a sud
dalle tenute della solitudine e delle assidue pene,
spoglie città in cui crediamo e moriamo; sopravvive,
un modo di accadere, una bocca.

 

Se la «folle Grecia» ci ferì facendoci poeti, sopravvivrà nella valle del suo dire.

 

*

È vero, essere Greco è estenuante. C’è così tanto da ricordare, e il poeta è in perenne conflitto con i limiti e con le opportunità del contesto storico. Ma l’amore per la Grecia è amore per il topos, per la lingua, il paesaggio e l’inclemente, onnisciente luce estiva che non lascia scampo. I poeti non hanno bisogno di dimostrare la bellezza, devono solo farla notare.

Come ci si può aspettare che i poeti greci riescano a lodare proprio ciò che li ha traditi? La Grecia è un Paese in cui la corruzione si manifesta nelle minuzie delle battaglie quotidiane: dalle pensioni minime che vengono tagliate per ripagare il debito con l’Europa, ai politici che vengono coperti anche quando svendono il litorale per farci campi da golf che non verranno mai costruiti. Come ci si può aspettare che i giovani greci riescano a uscire di casa e smettano di vivere con le pensioni dei nonni morti, se nella migliore delle ipotesi guadagnano un minimo sindacale di 550 euro al mese? È una domanda difficile perché è generazionale: i giovani hanno aspettative più alte, non hanno vissuto né la fame né la guerra. Persino i radicali di sinistra e gli anarchici sono coinvolti nel sistema capitalista anche se si rifiutano di ammetterlo: portano le All Star, usano i Mac. E tweettano.

La situazione economica in Grecia è catastrofica e gli unici che subiscono le conseguenze delle misure estreme di austerity sono i più poveri, gli operai a salario fisso e la piccola borghesia. I lavoratori dipendenti non possono nascondere le loro entrate, quindi a mantenere la nazione in questo momento sono una classe media sempre più esigua e un’infinità di indigenti sovraccaricati di tasse che vivono alla giornata. La disoccupazione giovanile supera il cinquanta percento e quella generale è quasi al trenta percento; le sedi del Ministero della cultura sono deserte, gli ospedali sono a corto di personale, i farmacisti non vengono pagati e non distribuiscono le medicine, la spazzatura si accumula giorno dopo giorno ai bordi delle strade e la metà dei negozi di Atene, che prima andavano bene, sono sbarrati e coperti di graffiti. I progressi che ci illudevamo di aver fatto, dalla frammentazione postbellica di stampo balcanico all’europeismo moderno, si stanno dissolvendo. Gli storpi sono tornati ai semafori e i bambini zingari chiedono l’elemosina ai tavoli dei ristoranti vendendo rose o suonando una fisarmonica scordata senza troppo entusiasmo. I marciapiedi sono dissestati, le strisce pedonali sono ostruite dalle macchine e per la prima volta in vita mia ho visto i pensionati rovistare di notte furtivi nei cassonetti della spazzatura. La Grecia si è europeizzata e in cambio ha ottenuto rabbia, tristezza, ansia e suicidi. Come possiamo quindi aspettarci che i poeti greci riescano a lodare?

Ogni volta che torno ad Atene, la prima persona che chiamo è Katerina Anghelaki-Rooke. Katerina ha l’innata capacità di arrivare al nocciolo di qualsiasi questione, con straordinario umorismo e un’arguzia pungente. È una delle più importanti poetesse e traduttrici greche, una presenza veramente elettrizzante nel panorama letterario, non da ultimo per la profonda amicizia che la lega a molti suoi colleghi. Oltre a essere autrice di svariati libri, ha anche tradotto, tra gli altri, Shakespeare, Puškin, Heaney, Brodskij e Walcott. L’ultima volta che sono passato a trovarla, aveva appena vinto il Premio nazionale greco per la poesia. Le ho chiesto che cosa ne pensasse del rapporto di amore e odio che lega i poeti alla Grecia, e lei mi ha risposto con un verso che mi aveva già recitato un’altra volta, mentre camminavamo su una spiaggia a Aegina, e che adesso fa da chiusa a una sua poesia in prosa ancora inedita:

 

È lo stesso col mio Paese. È qui che sono nata, cresciuta, maturata. Qui è tutto difficile, incerto, non progettato o progettato male. «Me ne vado,» dice il mio io cosmopolita «non ne posso più.» E all’improvviso sorge un altro giorno, si apre un’altra porta. Luce, luce ovunque da tutte le parti, nella mente e nell’anima. Luce latifoglia. Grecia. «Resto,» dico «resto ancora un po’».

 

Ma nell’ultima poesia del libro con cui ha vinto il premio, il finale si fa più cupo:

 

Le poesie non possono più
essere belle
perché oggi la verità è brutta.
Ormai l’esperienza
è l’unica carne della poesia
e finché l’esperienza è arricchita
lo è anche la poesia, e può persino rafforzarsi.
Ho male alle ginocchia
e non riesco più a inchinarmi alla poesia,
posso offrirle soltanto
le mie cicatrici vissute.
Gli epiteti sono appassiti
e solo con l’immaginazione
posso decorare la poesia.
Ma la servirò sempre,
finché lei lo vorrà, chiaro,
perché solo lei sa farmi dimenticare per un po’
l’orizzonte chiuso del mio futuro.

 

Ironia della sorte, sembra che l’assegno da 5.000 euro che accompagnava il premio sia «in sospeso»: pare che il governo abbia finito i soldi.

Di recente ho parlato con Charis Vlavianòs, un poeta molto conosciuto in Grecia che cura la rivista semestrale di poesia più importante del Paese, «Poiisi» [Poesia], e mi ha fatto notare che sebbene la crisi generi gravi disagi in politica e un diffuso senso di inquietudine e scoraggiamento tra i giovani, gli ultimi due numeri della sua rivista hanno dedicato ampio spazio ai poeti sotto i trentacinque anni. Detto questo, i giovani poeti in Grecia non hanno vita facile. È praticamente impossibile guadagnare soldi con la scrittura, non ti pagano per leggere, non ti pagano per pubblicare e in più devi sempre vedertela con il peso della storia. Eppure in un recente articolo di Vlavianòs su «Newsweek» si coglie ancora una nota di speranza:

Per un ateniese, la vita deve comunque andare avanti. Malgrado la situazione desolante, con il Fondo monetario internazionale, i banchieri europei e gli speculatori che, in tono sempre più cinico e a tratti persino vendicativo, annunciano l’arrivo del «Giorno del giudizio» (…) i cittadini hanno conservato un po’ di orgoglio e di tenacia. Come mi ha detto un amico qualche giorno fa: «Se stiamo puntando l’iceberg, cerchiamo almeno di affogare con stile».

 

*

Dino Siotis, un poeta greco che ha vissuto per anni a Boston, oggi cura la rivista «(De)kata», una specie di «Paris Review» greca, e organizza eventi interculturali che continuano ad attirare un ampio pubblico di tendenza. L’anno scorso ha organizzato una lettura alla biblioteca centrale intitolata «Poesia della crisi» e ha invitato Nanos Valaoritis e Titos Patrikios, due grossi nomi della poesia contemporanea che hanno vissuto il tumultuoso passato politico della Grecia e che in questi tempi difficili sono diventati un punto di riferimento per i giovani poeti. La libreria Ianos, in Stadiou Street (ad Atene), ha uno spazio molto bello sopra al negozio nel quale organizza serate di musica e poesia a ingresso libero che sono sempre affollatissime.

Alla casa editrice Gavrielides, che pubblica soprattutto poesia, hanno capito che gli editori devono stare al passo coi tempi: hanno ristrutturato un bel palazzo neoclassico a cui hanno aggiunto un caffè, un giardino e uno spazio per eventi e letture di poesia, trasformando così in un vivace centro per le arti quella che poteva essere un’altra redazione qualunque. Non è più così raro trovare questo genere di spazi culturali in Grecia e i giovani poeti sfruttano le potenzialità dei social network per promuovere gli eventi in tutto il Paese. Sebbene gli editori abbiano preso l’odiosa abitudine di far pagare ai poeti i costi di stampa – una forma di auto pubblicazione dissimulata –, di libri continuano a uscirne, anche se poi non li compra nessuno. Le copie vengono distribuite tra gli amici; le letture spuntano come funghi e anche se da bere ti danno il vino nel cartone nessuno sembra farci caso. Vassilis Rouvalis, un poeta di Koroni nel Peloponneso, è l’editor di «Poema» (http://www.poema.gr) una rivista online molto piacevole e di alto livello che si occupa di poeti vecchi, nuovi e anche tradotti: in una nazione che praticamente non sa cosa siano i fondi per l’arte, i suoi sforzi per promuovere i poeti e la poesia sono un vero e proprio servizio pubblico.

 

*

In un Paese segnato dall’austerity è importante richiamare l’attenzione sulla qualità dei giovani poeti di oggi. Sono poeti che pubblicano su riviste internazionali, leggono nei festival di tutta Europa, hanno un orizzonte poetico talmente ampio che, leggendoli, puoi imbatterti in e.e. cummings, Pound e Milton con la stessa facilità con cui t’imbatti in Kavafis, Seferis e Elitis. Sono poeti che assorbono le influenze straniere, o a volte sono loro stessi stranieri immigrati in Grecia o greci emigrati altrove, ma questo non li rende meno capaci di parlare al popolo greco. Danae Siozou (1987) è cresciuta in Germania e ha studiato Letteratura inglese all’Università di Atene. Constantine Hatzinikolaos (1974) è nato ad Atene ma ha studiato cinema e digital design a Parigi. Una delle sue poesie, pubblicata sul nono numero di «Poiisi», è scherzosamente intitolata Mia madre non è Isabelle Huppert. Katerina Iliopoulou (1967), una brava poetessa che ha tradotto tra gli altri Ted Hughes, Sylvia Plath e Mina Loy, è chiaramente influenzata dalla letteratura straniera tanto quanto da quella greca ed espande l’orizzonte della propria scrittura sconfinando nel cinema, nella performance art e nel teatro. Nel suo primo libro, il premiato Il signor Ti, ci sono echi, intenzionali o meno, di Zbigniew Herbert e di John Berryman, e questo a sua volta mi fa pensare a Kavafis e Pessoa, anche se non è così scontato. La poesia non bada ai confini:

 

Risveglio

Il signor Ti si sveglia ogni giorno dentro una persona diversa.
È per questo che si alza di buon’ora.
Prima dell’alba
sale i gradini dei momenti e entra in bagno
dove inizia a togliersi di dosso le scaglie della notte.
Strade ghiacciate, baie e porti, fogliame fitto e intrecci di rami,
testi indecifrabili, vergini assetate di sangue, stormi d’uccelli.

Una volta nudo
mette gli occhi sullo specchio
come si appende un cappotto al gancio.
Ma al posto degli occhi ha due pesci.
Da uomo dotato d’immensa pazienza,
lascia che i pesci-occhi nuotino liberi nello specchio.

In quei momenti sperimenta il più puro dei sogni:
il sogno di non essere nessuno.
La più irredimibile solitudine.
Il cruciverba nero dell’abisso.

Un evento che dona ai suoi tratti
quella caratteristica che chiamiamo «profondità».
Poco dopo, gli occhi tornano al loro posto.
Tra loro e lo specchio si è ormai instaurata una certa relazione.
Così adesso possono riconoscersi a vicenda.

 

Dimitris Allos (1963) ha pubblicato due raccolte di versi, è laureato in sociologia, per molti anni ha curato una rivista letteraria bulgara e ha anche lavorato a un banco ortofrutticolo del chiassoso mercato scoperto di Atene. Tra l’altro è sposato con Iana Boukova (1968), una poetessa e traduttrice bulgara molto brava che scrive e pubblica in Grecia. Allos ha tradotto in greco la sua raccolta Il giardino minimale. Ecco la sua poesia I vicini:

 

Prima vengono per una tazza
di zucchero per una tazza d’aceto
per niente
E tu che sei stata educata bene
lasci che la cucina si riempia
di gente e che i tuoi giorni si accorcino
come se d’un tratto fosse già inverno
Più tardi attraverso i muri per tutta la sera
senti i colpi attutiti dei corpi il cane
che abbaia gli squilli del telefono
a cui non risponde nessuno
Le sigarette si accumulano stanotte
fai chilometri su e giù per la stanza
poi nei sogni (alla fine ti sei addormentata)
Al mattino li vedi tutti freschi danno l’acqua
ai fiori ti salutano con un gesto
della mano escono
gettando un’ombra quadrupla
come quella di un calciatore
in mezzo al parco.

 

Perpetuando la bella tradizione degli scambi poetici intergenerazionali, Allos scrive una poesia per Katerina Anghelaki-Rooke che a sua volta la traduce in inglese:

 

Per Katerina Anghelaki-Rooke
–sola destinataria

Ti offro in dono
questo bel volatile
e la sua gabbia.

 

Ghiannis Stigas (1977) ha studiato medicina e ha pubblicato tre raccolte che sono state elogiate dalla critica. Nella poesia L’acustica perfetta del labirinto scrive:

 

IV

Sono così ansioso che il mondo finisca
che non faccio in tempo a scrivere «fiore»
e ha già perso due petali
non so se la luce
sia un trucco del buio
o viceversa
io
so torturare solo le farfalle
(nessuna di loro sa come amarmi).

 

Stigas rappresenta una generazione di poeti più giovani che non si definiscono più nel tentativo di emulare i poeti degli anni Trenta o quelli idoleggiati degli anni Settanta. La Grecia è cambiata e la chiarezza morale univoca delle passate generazioni è andata in pezzi. Ma i poeti troveranno il modo per descriverla e le persone riconosceranno la propria immagine in questi frammenti.

C’è poi Stamatis Polenakis (1970), poeta e drammaturgo che nel suo lavoro riesce a convogliare tutti questi elementi. È lirico alla maniera modernista tradizionale, ma le sue poesie saltano dalle meditazioni sulla letteratura russa agli eteronimi di Pessoa, dagli scambi di popolazioni degli anni Venti, a Eraclito, Majakovskij e ai paesaggi innevati. Come molti dei poeti greci più giovani, Polenakis si è spinto oltre gli angusti confini nazionali; lasciarsi dietro gli stereotipi sulla Grecia è una sorta di liberazione a dosaggio controllato. E spesso sono proprio i Greci espatriati e poi tornati quelli che riescono a osservare il Paese con lo sguardo più lucido, e anche il più amaro.

Quando torno in Grecia – mi capita spesso ultimamente – sto nella casa in cui sono cresciuto. È la stessa casa di pietra costruita da mio nonno nel 1925, la stessa in cui è morto, la casa in cui è morto anche mio padre, la casa che è stata occupata dai fascisti italiani, poi dai nazisti e anche dai ribelli comunisti. Fu la prima casa del quartiere ad avere un pozzo, l’aveva costruito mio nonno nel 1926 facendosi arrivare una turbina a vento e una pompa idraulica da Springfield, in Ohio. La turbina e la pompa sono ancora lì, a fare la ruggine. Gli immobiliaristi hanno provato per anni a convincere la mia famiglia a vendere il terreno, per poi abbattere la casa e costruire un mostro di cemento armato uguale a tutti gli altri che ora la circondano. Ma nessuno di noi potrà mai farlo. Quella casa è il rifugio dei ricordi; nei suoi muri spessi è conservata la storia della nostra famiglia, proprio come i poeti conservano la memoria della Grecia nei loro versi. Una poesia di Polenakis, tratta dal suo ultimo libro, La scalinata di Odessa, sembra essere il modo migliore per concludere perché descrive, anche se non era questa la sua intenzione, ciò che provano tutti i greci in questo momento:

 

Il grande enigma

Addio per sempre a questa breve
stagione di libertà.
Addio giorni indimenticabili e notti gloriose
e foglie sparpagliate dal vento.
Eravamo giovani, non speravamo in nulla
e aspettavamo il mattino con la cieca ostinazione
del naufrago che lancia i sassi nell’acqua.

 

 

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Le poesie sono tradotte da Matteo Campagnoli tranne: Ionica (Costantino Kavafis, Poesie, a cura di F.M. Pontani, Mondadori, Milano 1991), Axion Esti (traduzione di Umberto Cini in Odisseas Elitis, Un europeo per metà, a cura di Paola Maria Minucci e Christos Bintoudis, Donzelli editore, Roma 2006) e In memoria di W.B. Yeats (Wystan Hugh Auden, Un altro tempo, a cura di Nicola Gardini, Adelphi, Milano 1997).
Per l’articolo in lingua originale: Hurt Into Poetry: On Poetry and Greece, «Los Angeles Review of Books».

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Stephanos Papadopoulis 2013

Stephanos Papadopoulos è nato in North Carolina nel 1976 ed è cresciuto tra Atene e Parigi. È autore di tre libri di poesie: Lost Days (Leviathan), Hôtel-Dieu e The Black Sea (entrambi per Sheep Meadow Press). Ha inoltre curato e tradotto, insieme a Katerina Anghelaki-Rooke, una selezione delle poesie di Derek Walcott per le edizioni Kastaniotis di Atene. Papadopoulos è stato ospite di Babel nel 2008. Una selezione delle sue poesie, Questi erano i nostri fragili eroi, è uscita nel 2010 nella Collana Babel delle Edizioni Casagrande. Nel 2014 ha vinto il Jeannette Haien Ballard Writer’s Prize.

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