Altre Arti / Oltre I Confini Della Parola 2008
artBabel
Walker Evans, Theo Frey Tradurre la realtà
Kara Walker - 8 Possible Beginnings Or: The Creation of an African-America
Walker Evans, uno dei padri della fotografia mondiale, ha fatto del reportage fotografico una forma d’arte. Il Museo Villa dei Cedri ospita dal 20 settembre al 23 novembre diverse serie fotografiche, tra cui quella che l’ha reso famoso, Sia lode ora a uomini di fama, lavoro congiunto del fotografo e dello scrittore James Agee: splendida unione di testo e fotografia, è un momento fondamentale per la ricerca di Babel anche per l’accostamento di originali e ingrandimenti digitali curato da John Hill e dal Museo Alinari.
Inoltre, grazie alla collaborazione con Villa dei Cedri e con la Fotostiftung di Winterthur, le fotografie di Evans saranno accompagnate da quelle di un grande svizzero suo contemporaneo, Theo Frey, che estendono il dialogo tra immagini attraverso l’oceano.
L’esposizione apre sabato 20 settembre alle ore 18 a Villa dei Cedri. La vernice è seguita da un aperitivo nel giardino della villa, in attesa del concerto dei Tiger Lillies.
Inoltre, al primo piano del Teatro Sociale, nei giorni del festival verrà proiettato il video 8 Possible Beginnings Or: The Creation of an African-America dell'artista afro-americana Kara Walker. In collaborazione con la rada.
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Walker Evans (1903-1975) si dedicò alla fotografia nel 1930, dopo vari tentativi di diventare scrittore. La sua fu una fotografia sociale, documentaria e di denuncia, i suoi soggetti erano spesso i volti della gente, così come le case e i paesaggi in cui abitavano. Il suo primo servizio, a Cuba durante la rivolta popolare contro il dittatore Machado, rimane un eccezionale documento storico. Nel 1936 iniziò a collaborare con James Agee. Quest'ultimo preparò i testi da associare alle foto di Evans nel libro Sia lode ora a uomini di fama (1941), frutto di un viaggio nel sud rurale degli USA e testimone di una profonda e diffusa povertà. A Hale County (Alabama), i due furono presi per agenti sovietici da tre famiglie locali, le cui immagini diventarono l'emblema della Grande depressione. Tra il 1938 e il 1941 Evans lavorò con Helen Levitt: a questo intervallo di tempo risalgono anche i famosi scatti che compongono i Subway portraits. Fu un pioniere della straight photography e del bianco e nero ma non disdegnò l'uso del colore e la sperimentazione artistica.
Theo Frey (1908-1997) va considerato, insieme a Hans Staub, Gotthard Schuh e Paul Senn, come una delle più grandi figure della fotografia di reportage svizzera. I suoi reportage sono accuratamente costruiti, caratterizzati dall'oggettività e dall'interesse per le cose modeste e quotidiane che condizionano l'esistenza umana, e non dalla drammaticità evanescente dell'istantanea. Nella fotografia di Theo Frey trovano espressione l'impegno sociale e una profonda simpatia per la gente comune e il suo mondo: gran parte della sua opera ritrae il mondo rurale svizzero durante l'ultimo scorcio degli anni '30 e negli anni 40. A partire dagli anni '50 Frey mise la sua arte al servizio di organizzazioni umanitarie e l'attività di reporter passò in secondo piano.
Kara Walker ha scosso il mondo dell'arte a partire dal 1994. Fresca di laurea alla Rhode Island School of Design, Walker ha creato una ventina di monumentali pitture murali in cui silhouette in bianco e nero rappresentano gli stereotipi razziali e di genere della pornografia letteraria anteriore alla guerra civile americana. Le silhouette danno l'impressione di essere tracciate ad inchiostro, ma in realtà sono ritagliate da fogli di carta nera. Riprendendo l'immaginario narrativo, ma anche visivo-caricaturale di una produzione che ebbe vastissima circolazione nel sud degli Stati Uniti durante il diciannovesimo secolo, nelle sue opere Kara Walker costringe chi guarda a riflettere su come l'assegnazione di ruoli violentemente stereotipati abbia un fortissimo potere di perdurare fino al presente, e si riaffacci nelle dinamiche del «politically correct».
Il lavoro di Kara Walker è stato esposto nei più importanti musei del mondo (Whitney Museum, Musée d'Art moderne di Parigi, MoMA, Guggenheim, Tate Gallery, Deutsche Bank, 52a Biennale, tra gli altri).
8 Possible Beginnings Or: The Creation of an African-America, Parts 1-8, A Moving Picture By: Kara E. Walker (STILL), 2005, DVD Video.
Courtesy Sikkema Jenkins & Co. Gallery New York
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John T. Hill sulla mostra Silver and Carbon di Walker Evans
La mostra presenta una selezione dei principali lavori di Evans e della loro trasformazione attraverso vari processi di stampa comprendenti, oltre alle emulsioni tradizionali ai sali d’argento, la fotoincisione, la stampa litografica e la rilievografia, fino alle rielaborazioni digitali al nerofumo.
Tutte queste stampe fotografiche sono specificamente una rielaborazione a partire dai negativi originali. È un’interpretazione ideale da parte dell’artista o di un tecnico di fiducia. Se Walker Evans può aver mostrato interesse per la camera oscura a più riprese, non ne ha mai subito il fascino o l’attrazione come nel caso di Weston o di Adams.
Per questi ultimi, la giusta interpretazione di una stampa era essenziale al completamento dell’immagine. Evans si rese conto sin dall’inizio che poteva affidare a qualcun altro quel lavoro di routine e che si sarebbe accontentato del risultato. Se da un lato prediligeva la stampa di alta qualità dei suoi lavori, dall’altro aveva capito che i risultati che aveva in mente non erano alterati dai limiti imposti da un cliché a mezzatinta imprecisato o da un processo di stampa mediocre. Il suo lavoro non dipendeva da una ricerca mirata a ricreare un’atmosfera, un idillio, nel tentativo di catturare l’immagine “definitiva”.
Le traduzioni occupano da sempre un posto ragguardevole nel campo della letteratura, del teatro e della musica. Le nuove traduzioni di Omero, di Dante e di Proust sono oggetto di lodi, di studi e di critiche. Il teatro classico e quello Elisabettiano ci vengono riproposti in lingua moderna con costumi attuali. La musica di Bach e di Mozart che ascoltiamo oggi è stata spesso trascritta e solo raramente ci è dato di ascoltarla su strumenti d’epoca. Mentre è sempre più frequente l’ascolto mediante registrazioni digitali. Queste trasposizioni hanno subito delle trasformazioni col passare del tempo e vengono accettate quasi senza discutere.
Per loro natura, le arti visive si prestano meno a questo tipo di rielaborazione intenzionale. Matisse ha creato nuove opere rendendo omaggio a Ingres, ma il risultato è solo e unicamente l’arte di Matisse. Allo stesso modo, Picasso si è ispirato agli stili e ai motivi della pittura vascolare greca, rimodellandoli però alla sua maniera. In questi casi si tratta di rielaborazioni creative, non di vere e proprie trasposizioni.
Salvo rare eccezioni, il processo fotografico rappresenta un modello “democratico” che consente di stampare molte copie dell’immagine originale. Come l’incisione e l’acquaforte, le lastre o i negativi spesso sopravvivono all’artista e sono oggetto di ulteriori edizioni e interpretazioni. Due famosi fotografi, Paul Strand e Ansel Adams, hanno specificamente dato il loro assenso a far stampare le loro immagini a titolo postumo, invitando di conseguenza a una nuova riflessione sul loro lavoro. Al contrario, Brett Weston ha formalmente bruciato i suoi negativi. Il fatto di non distruggere quelle prove può essere inteso come l’accettazione a non sottrarsi al giudizio dei posteri.
La stampa di questi lavori di Evans pone problemi di carattere critico. Da un lato, la tecnologia digitale impiegata si presta a un’alterazione volontaria lasciando spazio alla creatività, che osa sostituirsi al processo chimico basato sull’emulsione ai sali d’argento. Non vi è alcun dubbio che un identico grido d’allarme si levò quando il dagherrotipo cominciò a subire la concorrenza del calotipo e della stampa all’albumina.
Tutti i nuovi media influiscono sulla voce e sul timbro. Una scala tonale più ampia e un controllo più accurato dei valori sono i due strumenti più significativi offerti dalla tecnologia digitale. Quei dati che sarebbero difficilmente conservabili all’estremità chiara e scura di una gradazione nel caso di impiego di emulsioni ai sali d’argento diventano ora accessibili. La musica non cambia ma alcune note impercettibili ora si possono udire più distintamente.
La seconda domanda che si pone logicamente riguarda la fedeltà di queste stampe fotografiche ai canoni di Evans. Per una parte del 1935 e nel 1936 Evans lavorò alle dipendenze del governo statunitense per conto della Farm Security Administration, l’agenzia governativa di sostegno ai piccoli agricoltori. Come a tutti i fotografi dell’équipe, gli fu chiesto di realizzare servizi fotografici a sostegno della politica di rilancio economico promossa dal presidente Franklin D. Roosevelt. Dare istruzioni a Evans era probabilmente irrealistico e arduo. Tuttavia, nei diciotto mesi durante i quali fu stipendiato dal governo, mise a frutto questa opportunità e si dedicò intensamente al lavoro. I suoi obiettivi e quelli dell’agenzia governativa coincidevano abbastanza da garantirgli un lavoro sicuro per un certo tempo. Fu la sua stagione più fertile. Lavori degni di memoria sono ascrivibili a prima e dopo quel periodo, ma la sua carriera era oramai segnata definitivamente dallo stile e della qualità di quelle immagini.
I continui spostamenti creavano problemi per lo sviluppo delle pellicole e non agevolavano la qualità della stampa. L’agenzia premeva affinché egli inviasse rapidamente i negativi e forse anche le copie fotografiche a Washington. Evans conservava numerose varianti dei negativi dei soggetti fotografati, ma le immagini di qualità migliore erano generalmente riservate al committente. Le stampe fotografiche originali realizzate da Evans sono un’assoluta rarità. Dal 1936 alla fine degli anni 1980, i funzionari governativi hanno riprodotto migliaia di copie a partire dai negativi della Farm Security Administration. L’enorme carico di lavoro dei laboratori fotografici incaricati dal governo ha influito il più delle volte sulla qualità delle immagini.
Nel 1938 il Museo d’Arte moderna dedicò una mostra all’opera di Evans, la prima esposizione fotografica personale organizzata da un museo importante. Il catalogo, American Photographs, conteneva 87 immagini. Evan si dedicò alacremente alla produzione e alla messa a punto delle lastre per la stampa in autotipia. Approfittando dell’esperienza nel campo dell’incisione, Evans apportò dei ritocchi che andavano al di là delle possibilità offerte dalla camera oscura.
Il catalogo testimonia della migliore tecnica rilievografica dell’epoca.
A giudicare da questo aneddoto, dal suo desiderio di sperimentare altri mezzi rettificativi e dalla sua conversione alla tecnologia della Polaroid, è probabile che Evans avrebbe adottato istintivamente la strumentazione digitale. American Photographs come libro stampato continua a svolgere un influsso autorevole. Le interpretazioni che Evans conferisce alle proprie immagini in quel catalogo costituiscono il punto di riferimento più affidabile per le elaborazioni digitali presentate in questa sede.
Qualsiasi editore o stampatore alle prese con il lavoro di un artista dimostra una certa complicità nell’operare una conversione. Che il traduttore o lo stampatore conferiscano una impronta personale è cosa ovvia. La maggior parte delle opere grafiche che ci è dato di conoscere sono mediate dalla sensibilità e dalle capacità tecniche di chi le stampa. La questione ruota attorno al grado di competenza e all’impegno dello stampatore e alla qualità del manufatto realizzato con le apparecchiature.
Sven Martson ha lavorato nella camera oscura di Evans sotto la sua guida. Ha studiato molto attentamente la tecnica di Evans. John T. Hill è stato collega di Evans all’università di Yale e suo esecutore testamentario. Negli ultimi tre anni hanno raccolto immagini e sperimentato materiali e metodi di stampa connessi alle tecniche digitali. Evans era ossessionato dalla ricerca del dettaglio visivo. Si era equipaggiato di un apparecchio 8x10 che gli consentiva di catturare i minimi particolari. Queste fotografie si propongono di restituirci la visione personale di Evans e di spiegare la grande importanza che assumevano per lui i dettagli.
Oltre alle stampe digitali, la mostra presenta delle foto realizzate con altri metodi di stampa, molti dei quali sono stati sperimentati direttamente dallo stesso Evans. Tre di questi primi lavori furono stampati in fototipia nel poema epico di Hart Crane, The Bridge, per le cure dell’editore Black Sun Press a Parigi, nel 1930. È esposto anche il portfolio realizzato dalla Eakins Press dopo la morte dell’autore comprendente immagini in fototipia, il seguito ideale della serie dedicata al ponte di Brooklin.
Da autentico bibliofilo, Evans considerava il libro il mezzo più idoneo a presentare e a guidare la “lettura” della sua opera. Nel 1938 pubblicò American Photographs in occasione della mostra personale al Museo di Arte moderna, un libro destinato a fare epoca. Nel 1941 egli attinse ai lavori già eseguiti per l’agenzia governativa e, con la collaborazione di James Agee, realizzò Let Us Now Praise Men, un documento di straordinaria forza poetica. Evans curò attentamente tutti i particolari della fase produttiva e della grafica, fino alle lastre per la stampa rilievografica.
Nei primi anni, la rivista Fortune impiegava ricercati processi di stampa, tre in particolare, la rilievografia, la stampa litografica e il rotocalco. Evans cominciò a lavorare per la rivista nel 1945, il che gli permise di approfondire l’esperienza acquisita nel campo delle tecniche di stampa e di controllare personalmente la qualità dei suoi lavori. Con il sostegno di Leslie Katz e della Eakins Press Foundation da lui diretta, nel 1964 realizzò Message from the Interior.